Le virgolette nei dialoghi: come, quando e perché

Per esprimere i dialoghi in uno scritto vengono solitamente utilizzate le virgolette. Ce ne sono di diversi tipi e può variare anche l’impiego della punteggiatura al loro interno (o esterno). Vediamo allora come, quando e perché utilizzarle!

A ognuno il suo

Non c’è una regola unica, questo è chiaro fin da subito leggendo magari cinque romanzi pubblicati da cinque case editrici differenti. Ogni editore, infatti, redige una propria lista di norme editoriali all’interno delle quali vengono esposte tutte quelle circostanze che regolano ogni aspetto di un libro, compreso il trattamento dei dialoghi. Potremmo dire quindi: a ognuno il suo. Ciò che è certo, e valido per tutti, è che esistono tre tipi di virgolette:

  • caporali « »
  • alte “ ”
  • apici ‘ ’

Solitamente queste vengono inserite in modo da racchiudere perfettamente la parte di dialogo interessata, senza spazi interni tra il segno tipografico e la parola.

Giulia disse: «Ciao, piacere di conoscerti».

Nell’esempio abbiamo una battuta semplice retta esternamente, in questo caso le caporali (o virgolette basse) sono attaccate alla lettera “c” e alla lettera “i” senza spazi aggiuntivi. Lo spazio è invece necessario tra i due punti e l’inizio del dialogo.

E la punteggiatura?

Anche qui, le dinamiche nel panorama editoriale sono diverse. Prendiamo alcuni esempi:

La Keller utilizza le virgolette caporali. La punteggiatura che fa parte del dialogo, come il punto esclamativo, il punto interrogativo o i punti di sospensione, sono inseriti all’interno, mentre il punto finale risulta esterno alle caporali.

Giulia disse: «Ciao, piacere di conoscerti».

Anche Rizzoli utilizza le caporali ma, a differenza della precedente, inserisce ogni segno di interpunzione al loro interno, compreso il punto finale.

Giulia disse: «Ciao, piacere di conoscerti.»

La Feltrinelli utilizza invece le virgolette alte, ponendo la punteggiatura sempre internamente al dialogo.

Giulia disse: “Ciao, piacere di conoscerti.”

Un’eccezione a quanto detto è posta per esempio da Einaudi, che per i suoi dialoghi non utilizza le virgolette, bensì il trattino lungo spaziato “−”. Un’ulteriore particolarità mi viene in mente pensando a Miriam Toews, un’autrice edita in Italia dalla Marcos Y Marcos, la quale all’interno dei suoi libri non usa nessun segno distintivo (virgolette o trattini) per i dialoghi. L’autrice infatti vuole far risultare il dialogo direttamente intessuto nella trama del libro, senza spezzare la narrazione. Anche questa è una tecnica interessante, non trovate?

Il punto fermo

Potremmo trovare quindi il punto fermo sia internamente che esternamente alle virgolette. Ovviamente le valutazioni da fare sono molteplici: se una battuta è retta esternamente o se, per esempio, è conclusiva di un botta e risposta. Ci sono casi in cui il punto fermo viene messo solo in presenza di questi elementi e in quelle circostanze in cui la battuta termina senza altri segni di interpunzione (punto esclamativo, punto interrogativo, punti di sospensione). Oppure, potrebbe capitare anche di trovare il punto fermo inserito, a prescindere, alla fine di ogni battuta.

«Ciao, piacere di conoscerti!».

Insomma, la gestione dei dialoghi è piuttosto soggettiva, lascia spazio alla creatività e all’interpretazione di un testo. Come editor, devo necessariamente uniformare ogni scritto con le norme della casa editrice corrispondente; ma personalmente, quando scrivo, mi piace utilizzare le caporali e inserire il punto fermo esternamente, solo quando la battuta non finisce con altri segni di interpunzione.

E voi?

Buona scrittura!

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