Un cuscino a mezzanotte – A different Halloween story

Hans non era come gli altri, e quel sorriso stampato giorno e notte sulla sua bocca ne era la prova. Sua mamma cercava di comprenderlo, gli adolescenti spesso hanno comportamenti bizzarri – si rassicurava – sicuramente era solo un periodo. Ma questo non tranquillizzava invece il padre, che lo aveva visto sorridere fin dalla nascita, mentre i suoi fratelli già alla sua età non avevano grilli per la testa e da bravi ragazzi partecipavano attivamente a tutte le veglie di famiglia, spaventando a morte gli umani. Loro sì che riempivano loro padre di orgoglio. Hans invece, era svogliato e spesso manifestava dei forti mal di pancia o mal di testa che lo costringevano a letto proprio durante le veglie.

Insomma, la loro era la famiglia di zombie più rinomata della città e il padre di Hans non poteva certo permettere che suo figlio gli rovinasse la reputazione. Più volte infatti, durate le veglie, aveva dovuto trovare delle scuse plausibili contro la curiosità del vicinato per la mancanza del figlio. «Beh, vedete… non è qui con noi perché l’accademia lo ha richiamato per delle lezioni speciali. È davvero un ragazzo dotato e per questo cercano di portarlo avanti con il programma» diceva.

Nell’udire quelle parole i vicini sgranavano gli occhi meravigliati, dando spesso delle pacche ai figli, che si trovavano nelle vicinanze, perché anche loro dovevano impegnarsi di più come quell’Hans. Ah, lui sì che era un ragazzo dotato; ma dopotutto, non ci si poteva aspettare di meno dai Vanderbit, la famiglia zombie più popolare da generazioni.

Hans, dal canto suo, sperava solo che tutti prima o poi lo lasciassero in pace. Non sopportava quelle veglie inutili in cui si faceva paura alla povera gente, era una tradizione vecchia di secoli e non ne capiva il motivo. Lui voleva semplicemente passeggiare e sorridere, non mettere quei ghigni orrendi e pietrificare le persone dalla paura con urla e gridi animaleschi. La sua famiglia invece si aspettava proprio questo da lui, anche se piano piano, con il passare degli anni, avevano fatto un po’ l’abitudine al suo essere “diverso”. I suoi fratelli non perdevano occasione per deriderlo e fargli pessimi scherzi, il padre lo brontolava spesso e la madre cercava di non guardare troppo il suo sorriso, ma a parte questo, poteva essere se stesso la maggior parte del tempo.

Purtroppo però non avrebbe potuto esserlo quel sabato sera. La notte del 31 ottobre era un evento troppo importante per la comunità e lui non sarebbe mai riuscito a convincere la sua famiglia con uno dei suoi mal di testa invalidanti. Lo sapeva, la festa di Halloween era fin troppo importante, e la città si preparava tutto l’anno per questo evento. Il padre era stato categorico: la famiglia Vanderbit avrebbe partecipato unita e al completo. Hans, fece un lungo sospiro, era sdraiato sul letto, con lo sguardo rivolto verso la finestra, mentre ripensava alle parole decise del padre e a uno stratagemma per sottrarsi a quella terribile circostanza. Ma più rifletteva e più si rendeva conto di non avere vie di fuga. Qualcuno bussò alla porta della camera e l’enorme testa di suo fratello Guglielmo spuntò ricoperta di sangue vecchio e raggrumato. Hans a quella vista storse istintivamente la bocca.

«È inutile che fai quella faccia da femminuccia. Tanto alla festa ci devi venire ed è meglio se ti sbrighi, la mamma ti aspetta per il trucco. Guarda che splendido lavoro ha fatto su di me! Sono orripilante, adesso vado a tingermi un po’ di verde e poi gli farò vedere io come ci si comporta là fuori durante una veglia!» e se ne andò chiudendosi dietro la porta con un colpo secco.

Hans poteva sentire il fermento di tutta la casa pur standosene in camera sua. Nel corridoio c’erano passi continui di chi andava in su e in giù, mentre la voce del padre amministrava dal salone tutti i preparativi. Hans sospirò nuovamente come a prendere coraggio e lasciare in camera sua la rassegnazione, e andò da sua madre.

«Tesoro! Ma guarda come sei bianco, non va bene, adesso ti sistemo io. Hai visto i tuoi fratelli? Non sono terrificanti?» disse entusiasta.

Hans ancora faticava a capire perché dovevano appiccicarsi addosso quel sangue vecchio e raggrumato, tingersi i denti di nero e macchiarsi la pelle di quel verde rancido. In quel modo lui stesso si faceva paura guardandosi allo specchio. Non sopportava il fatto di dover spaventare a morte quei poveri umani, cosa gli avevano fatto di male? Perso nei suoi pensieri il trucco e parrucco sotto le mani di sua madre finì presto.

«Ecco! Adesso sì che sei un Vanderbit!» gli disse la madre orgogliosa. Hans però non le diede soddisfazione, già conosceva l’aspetto del suo volto così conciato e si alzò dalla sedia senza nemmeno guardarsi allo specchio. La madre lo vide allontanarsi verso il salone con le braccia ciondoloni e il passo svogliato, fece un sospiro e sperò che quella strana fase adolescenziale gli passasse presto.

Il capo famiglia attendeva tutti nel salone e quando Hans fece capolino tutto truccato, lo guardò con soddisfazione. «Adesso sì che ti riconosco figlio mio!» disse, dandogli una poderosa pacca sulla spalla che lo costrinse a spostarsi dall’urto.

Guglielmo non perse occasione di dargli della femminuccia, mentre suo fratello Dag lo guardava storto con un cipiglio di rimprovero. Poi gli si avvicinò e disse: «Vedi di non rovinare tutto come al solito». Al che Hans, per niente intimorito e abituato ai brutti scherzi dei fratelli, rispose con una linguaccia. Lui non rovinava mai niente, semplicemente se ne stava in disparte e girovagava per quelle città così diverse dalla loro.

Le veglie per la sua famiglia e per la comunità altro non erano che raid notturni in giro tra gli umani per spaventarli a morte disseminando terrore ovunque. Lui invece, le volte in cui era costretto ad andarci, con una scusa si allontanava dal gruppo e passeggiava guardandosi intorno. E avrebbe continuato così se non fosse stato per la signora Wippet, la vicina ficcanaso, che una volta lo aveva sorpreso ad accarezzare un gattino e si era rivolta subito a suo padre. Temeva che fosse “malato” perché invece di spaventare la gente come era giusto fare, perdeva tempo in cose dolci e romantiche, era o non era un Vanderbit? Insomma, lo aveva dipinto come una specie di demonio. Da quella volta era stato sempre più difficile allontanarsi, perché il padre lo teneva d’occhio.

Anche quella sera nessuno sembrava avere l’intenzione di lasciarlo in pace. Hans si sentiva addosso gli occhi di tutti. Era Halloween, la festa più importante dell’anno e la sua famiglia non gli avrebbe permesso “stranezze”. Rassegnato dall’idea di passare una nottata terrificante, il ragazzo si abbandonò in silenzio sul divano del salotto, nell’attesa di dover partire.

«Guarda qui femminuccia, ti faccio vedere io come si fa!» e Guglielmo esibì una terrificante espressione degna di uno zombie della famiglia Vanderbit.

«E bravo il mio ragazzo!» lo lodò il padre.

Alle undici in punto tutto era pronto e l’intera comunità si riversò per le strade della città in attesa dei Vanderbit; stava a loro guidare la processione fino al mondo degli umani. Hans fu l’ultimo a uscire di casa e vedendo quella folla ricoperta di sangue e finte cicatrici alzò gli occhi al cielo. Ma che motivo avevano gli zombie di conciarsi in quel modo? Non potevano semplicemente essere loro stessi? Già quel colorito bianco cadaverico e le occhiaie profonde come due buchi neri sotto gli occhi gli sembravano sufficienti. Si accodò dietro i suoi fratelli, mentre i genitori guidavano fieri tutta la città verso il mondo degli umani.

Passo dopo passo, la nebbia che preannunciava la vicinanza della loro meta si fece sempre più consistente. Ormai Hans era abituato agli urli e alle grida che già lì cominciavano a farsi sentire dalla coda di zombie dietro di lui. C’era fermento per quella notte e nessuno sarebbe stato risparmiato, il ragazzo lo sapeva bene. Una volta giunti in città, i suoi genitori diedero il via alla veglia e gli zombie si riversarono per le strade sciogliendo le file. Bastarono pochi istanti per sentire le prime grida umane arrivare da dentro le abitazioni.

«Bene ragazzi miei, divertitevi e rendetemi fiero!» disse il padre guardandoli tutti e tre.

Guglielmo e Dug non se lo fecero ripetere due volte e iniziarono con i loro ghigni a spaventare gli umani che ormai, stanati dalle loro abitazioni, avevano cominciato a riversarsi per strada.  

Hans si guardò intorno e non lontano da lì intravide l’ingresso di quello che gli pareva un cimitero, quindi lentamente e senza entusiasmo si diresse in quella direzione.

«Guarda caro» disse la moglie al signor Vanderbit, «Hans si sta dirigendo verso il cimitero!»

«Beh, è un po’ antiquata come tecnica, ma è sempre meglio di niente» le rispose il marito, contento che il figlio desse finalmente qualche segno di “normalità”.

Hans dal canto suo, era felice di aver avvistato subito il cimitero, lì ormai non ci andava più nessuno la sera, la tecnica di spaventare a morte gli umani in quei luoghi era talmente desueta che tutti sapevano che non ci sarebbe stato nessuno là. E lui sperava proprio in quello.

Aprì senza difficoltà un enorme cancello in ferro nero e si addentrò nel cimitero. Fatto qualche passo, finalmente poté godersi un po’ di calma. Le urla dei suoi concittadini mischiate a quelle degli umani terrorizzati sembravano attenuate dalle spesse mura che circondavano il cimitero e Hans cominciò a girovagare, guardandosi intorno come sempre. Finalmente poteva sorridere senza timore di essere visto.

Sulla maggior parte delle tombe c’erano fiori freschi, assemblati in composizioni colorate e curate. Hans ripensò al roseto secco di casa sua e un sorriso gli si stampò sulla faccia; forse avrebbe chiesto a qualche umano di insegnargli il giardinaggio. Poi si pentì subito di quel pensiero e si voltò istintivamente come aspettandosi suo padre alle spalle pronto a rimproverarlo per le sue “stranezze”. Per fortuna non c’era nessuno, solo la luce tremolante di qualche candela accesa sulle lapidi in lontananza.

Hans si aggirò per un tempo indefinito tra le stradine di quell’enorme cimitero, finché d’un tratto, da una tomba vicina, non vide muoversi qualcosa. Incuriosito e spaventato al tempo stesso, si acquattò dietro la prima lapide nelle vicinanze e si sbilanciò lentamente per osservare meglio. Là, nel mezzo delle tombe, vide una ragazza.

Inarcò un sopracciglio stupito, che ci faceva una ragazza umana in un cimitero a quell’ora? Era la storia più vecchia di tutte che i fantasmi e gli zombie infestassero i cimiteri, non gliel’aveva mai detto nessuno?

Sotto il suo piede un ramoscello secco scricchiolò e la ragazza si voltò nella sua direzione. «Chi va là?» disse con un tono sicuro che però tradiva preoccupazione.

Hans, smise di respirare dalla paura e si rannicchiò il più possibile per non essere visto. Non voleva spaventare nessuno con tutto quel trucco che gli aveva messo la madre e tanto meno una ragazza in un cimitero. Ci fu un attimo di silenzio e, incuriosito, lo zombie si sporse ancora per vedere. La ragazza aveva raccolto qualcosa da terra e lo teneva sottobraccio; si guardò in giro e fece per allontanarsi.

«Aspetta».

Hans era in piedi e la stava guardando, non sapeva come quelle parole fossero uscite dalla sua bocca né perché avesse deciso di turbare quella ragazza, ma erano entrambi soli in un cimitero la notte di Halloween e questo voleva pur dire qualcosa.

La ragazza si voltò di scatto e aiutata dall’oscurità di quella notte senza luna, prese coraggio e si diresse verso la figura che si stagliava dietro la lapide. Si avvicinò e lentamente la figura di Hans le fu chiara. In quel preciso istante le campane della chiesa rintoccarono la mezzanotte e la ragazza urlò per lo spavento.

Oltre le mura del cimitero la caccia degli zombie era frenetica e passando di lì il padre di Hans sentì in quel momento l’urlo. «Bravo ragazzo! Finalmente si sta mettendo sulla buona strada» si disse.

Hans si avventò sulla ragazza e con le mani le tappò la bocca. Non sopportava le urla della gente e tanto meno se erano provocate da lui. «Scusa, non urlare. Stai tranquilla, io sono Hans».

La ragazza aveva gli occhi fissi nei suoi e nonostante il sangue che gli imbrattava tutto il viso, quel colore verde rancido della pelle e tutte quelle cicatrici, le sembrò avere uno sguardo buono. Quindi annuì lentamente e lo zombie a quel gesto si allontanò di un passo.

«Tu sei un vero zombie?» chiese.

«Io… eco… sì».

«Wow! E sei qui per uccidermi?»

«Certo che no!» sbottò lui.

La ragazza si sorprese del tono alto del suo interlocutore e trasalì cercando di non darlo a vedere. Hans pensò di essere davvero in una brutta situazione. Che fare? Poi lo sguardo gli si fermò sull’oggetto che la ragazza teneva ancora sottobraccio: sembrava un cuscino.

«Cosa ci fai in un cimitero con un cuscino a mezzanotte?» chiese Hans curioso.

La ragazza arrossì e strinse forte il cuscino con entrambe le braccia. «Io… ecco… E tu che ci fai qui?» concluse sulla difensiva.

Hans non sapeva cosa rispondere, ma alla fine decise di essere sincero e le raccontò che in realtà stava fuggendo anche lui dalla furia terrificante degli zombie in quella notte di Halloween, ecco perché era nel cimitero, non si aspettava di incontrare qualcuno. Le raccontò dei preparativi, di quanto fosse importante per la sua famiglia e di tutto quel trucco che lo faceva apparire terribile, ma che in realtà era solo per l’occasione.

La ragazza ascoltò attentamente quelle parole, mentre i suoi occhi non si staccavano da quelli di Hans; poteva leggere nel suo sguardo malinconico un autentico sentimento, quel racconto era sincero: il ragazzo non l’avrebbe uccisa, poteva fidarsi di lui. Allora gli raccontò la sua storia e gli spiegò che i suoi genitori volevano farle studiare musica e per tutto il giorno lei doveva esercitarsi al violino. Era brava, ma odiava la musica, avrebbe invece voluto studiare il cielo e gli astri, ma i genitori avevano proferito la loro sentenza. Così la sera sgattaiolava di nascosto fuori dalla sua camera e veniva nel posto più silenzioso della città, il cimitero. E portava con sé un cuscino per sdraiarsi a terra e osservare le stelle.

A quelle parole entrambi capirono che ciò che li accomunava erano i loro caratteri visti come “diversi” dalle rispettive famiglie. I due si sedettero con la schiena appoggiata a una grossa lapide e osservarono in lontananza le fiammelle tremolanti sparse per il cimitero. Parlarono a lungo durante quella notte di Halloween, mentre ogni tanto udivano qualche grido disumano causato dal raid degli zombie. Si sdraiarono poi a terra, con le teste sul cuscino a osservare le stelle e la ragazza gli spiegò tutto ciò che sapeva.

D’un tratto poi un primo raggio di luce preannunciò l’alba e Hans si alzò di scatto, doveva tornare a casa, se l’avessero visto lì a parlare con un’umana non avrebbe più avuto scuse. La ragazza però lo trattenne per una mano e con l’altra gli offrì il suo cuscino.

«Prendilo e portalo nella tua casa, io ne ho altri, ma così ti ricorderai di guardare le stelle e allora saprai che puoi essere te stesso in un luogo tutto tuo, come lo siamo adesso in questo cimitero, anche se gli altri non lo sanno. Felice Halloween».

Hans afferrò il cuscino e sorrise. «Felice Halloween».

Ogni eventuale riferimento a nomi di persona, luoghi, avvenimenti, fatti storici, siano essi realmente esistiti o esistenti, è da considerarsi puramente casuale.

Photo by Karolina Grabowska

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

RELATED POST

Uno sguardo in cui soffia il vento – seconda parte

Il cottage era carino. Era stato fortunato a trovarlo, non c'erano altre case nella zona disponibili per affitti temporanei. Alexandre…

Uno sguardo in cui soffia il vento – prima parte

Belmon è un paesino tranquillo, con strade pulite e giardini in perfetto ordine. Sorge su delle scogliere frastagliate, ma i…