Uno sguardo in cui soffia il vento – prima parte

Belmon è un paesino tranquillo, con strade pulite e giardini in perfetto ordine. Sorge su delle scogliere frastagliate, ma i cittadini sembrano aver combattuto ostinatamente contro il pazzo rumore del mare che s’infrange sulle pareti rocciose e il vento che dispettoso s’insinua in ogni piega, in ogni sussurro. Perché a questo naturale disordine, loro hanno sovrapposto un’innaturale perfezione: nelle forme delle siepi, nei colletti delle camicie inamidati e nel profondo dei pensieri.

Il signor Calimberg era un uomo risoluto e meticoloso nell’osservanza delle regole; ogni mattina annaffiava la sua colazione a base di fagioli e uova con una bella tazza di tè nero calda, bollente. Poi, chiudendosi alle spalle la porta di casa, passeggiava lentamente fino al municipio dove, nel suo ufficio, le grandi vetrate affacciate sull’immenso mare blu erano offuscate da delle tapparelle costantemente abbassate, per impedirgli la vista dello sciabordio dell’acqua e del vento che scompigliava le onde creando disordine. Il signor Calimberg odiava il disordine. La sua scrivania veniva scrupolosamente osservata ogni mattina dai suoi occhi indagatori che sempre coglievano sul fatto una matita leggermente spostata rispetto all’assetto dei fogli, o la tastiera del computer non perfettamente allineata al mouse. “Ah… queste signore delle pulizie, possibile che gli si debba insegnare il mestiere?”. I suoi commenti spesso non erano richiesti, ma venivano inesorabilmente sferzati a pioggia su chiunque gli capitasse a tiro.

Calimberg era originario del luogo e le rare volte in cui aveva abbandonato il suo piccolo paese non aveva che sperato per tutto il tempo di poter tornare tra quelle strade così familiari e conosciute, tra quei prati verdi così rassicuranti e quelle panchine così minuziosamente sistemate nella piazza centrale. Tutto al suo posto, niente disordini. Non aveva mai avuto grandi ambizioni e la vita aveva ripagato la sua scarsa attitudine al cambiamento con un lavoro stabile e persone poco creative. Così la sua quotidianità oscillava tra la certezza e l’assoluta ripetizione di convenzioni ormai consolidate da tempo, che si erano lentamente estese a tutti gli abitanti di Belmon.

Una mattina era comodamente seduto alla scrivania, nel suo ufficio, le tapparelle correvano correttamente per tutta la lunghezza delle finestre, lasciando però entrare la tiepida luce del sole. Inspirò compiacendosi dell’ordine che aveva creato in quella città con impegno e devozione, poi tornò a scrutare le carte perfettamente impilate sulla sua scrivania. Una dopo l’altra, avrebbe terminato tutto il lavoro prima della fine della giornata. Lo faceva ogni giorno. Prese un altro foglio dalla pila e lesse. Il suo sguardo si fece più concentrato a ogni riga e le sopracciglia gli si aggrottarono per la sorpresa. Non gli capitava sotto mano una cosa del genere da anni. Si sistemò sulla sedia in preda all’agitazione, facendo aderire bene il corpo allo schienale. Poi lanciò uno sguardo nell’ufficio accanto al suo.

«Sonya, per cortesia, mi faccia il numero di Abby» disse alla segretaria impettita alla scrivania oltre la porta.

«Certo signor sindaco, subito» rispose la signorina perfettamente inamidata, in tono con l’intero edificio.

Il telefono squillò a lungo e le dita del sindaco Calimberg iniziarono a tamburellare sulla scrivania, ma in modo ordinato, come a formare un motivetto orecchiabile. Poi finalmente Abby rispose.

«Allora? Perché ci hai messo così tanto a rispondere? Dove sei? Non sei a lavoro? Cosa stai facendo?» disse quasi tutto d’un fiato.

Abby era abituata agli interrogatori di quell’uomo, sapeva però che non lo faceva con cattiveria, ma semplicemente perché aveva bisogno di avere tutto sotto controllo, persino lei. E ci si era abituata, con il passare degli anni aveva anche finito per assimilare alcuni dei suoi pensieri e farli propri.

«Proprio perché sono a lavoro non ho potuto rispondere subito, c’era una cliente che aveva bisogno di informazioni e le stavo spiegando…» iniziò, ma venne interrotta.

«Ah, bene» Calimberg fece un breve sospiro di sollievo. «Sì, certamente sei molto impegnata, allora non ti disturberò oltre, volevo solo avvisarti che domani ci sarà un nuovo cittadino tra di noi, ho appena ricevuto la sua richiesta di residenza, dovremmo organizzare un benvenuto!»

«Un nuovo cittadino? Qui?» poi rifletté un istante. «Ma sei sicuro?»

«Certo che sono sicuro!»

«Ok… Chi è?» chiese Abby sperando che dall’altra parte le sue parole non tradissero il sorriso enorme che le era appena spuntato sulle labbra.

«Chi è, chi è… Ora tutte queste domande… Non essere troppo invadente, non c’è niente per cui esaltarsi. Domani lo conosceremo tutti. Passi a cena da me stasera?»

«Certo papà. Alla solita ora va bene?»

«Perfetto! A dopo tesoro».

E riagganciò. Qualcosa nella voce di sua figlia Abby non aveva convinto il sindaco. Sapeva che le novità portano scompiglio. A Calimberg non piacevano i cambiamenti. Ma non poteva impedire la crescita della città, un nuovo membro sarebbe stato sempre ben accetto, a patto che si integrasse ri-go-ro-sa-men-te. Tornò alle sue ordinate scartoffie con il pensiero che l’indomani un nuovo cittadino avrebbe camminato per le strade della sua adorata città.

Abby terminò la telefonata e nei suoi occhi si poteva chiaramente leggere la sorpresa per quella notizia inaspettata. Era una ragazza riservata, ma l’idea che una novità potesse arrivare tra quelle rigide e obsolete strade le diede una carica di adrenalina. Doveva controllarsi però e mantenere un tono pacato e imparziale a cena con suo padre. Sapeva bene quanto detestasse i cambiamenti, sapeva anche che le aveva telefonato per tastare il terreno e mettere le mani avanti; il messaggio era chiaro: “Nessuna novità”. Sorrise al pensiero della sua grossa voce che le riproponeva i soliti sermoni a cena. Ormai ci era abituata. Fece spallucce tra sé e sé, quindi tornò al suo lavoro di segretaria del dottor Sullivan. L’unico dentista del paese.

Alexandre avanzò lentamente con le sopracciglia aggrottate per la sorpresa e il busto decisamente troppo proteso verso il volante della sua auto. Non poteva credere ai suoi occhi: all’ingresso della strada principale di Belmon sembrava essersi radunata tutta la città, mentre un grosso striscione con la scritta “welcome” troneggiava da un palo della luce all’altro. Accostò l’auto e abbassò il finestrino continuando a guardare tutti, uno per uno, senza però riuscire a dire una parola. Erano veramente radunati lì per il suo arrivo? Gli sembrava un film di fantascienza. Chi fa più una cosa del genere ai tempi d’oggi? Sempre che sia mai stata fatta…

Vide un uomo avanzare risoluto verso la sua macchina, doveva avere una settantina d’anni più o meno, e la vistosa pancia che con fatica era sorretta dalla cintura diede ad Alexandre l’impressione che in quella cittadina le persone si lasciassero facilmente trasportare dai peccati di gola. E per un attimo ne fu sollevato: era approdato in quel piccolo paese per sfuggire alla frenesia della grande città e, soprattutto, aveva bisogno di lasciarsi incantare e avvolgere da quelle scogliere, dal mare, dal frastuono, dal vento che scompiglia i capelli. Aveva bisogno di fuggire dalle convenzioni. Voleva anche lui mangiarsi una vagonata di patatine fritte insieme a un boccale di birra senza essere sottoposto all’interrogatorio della società sulla perfezione, il bello e tutte le altre sciocchezze. Voleva dimenticare per un po’ il mondo conosciuto e crearne uno nuovo, suo, libero, imprevisto e disordinato.

«Benvenuto a Belmon signor Lerua e mi scusi per la pronuncia, ma non conosco il francese».

L’uomo panciuto riportò Alexandre lontano dalle sue elucubrazioni e lo ricondusse al presente.

«Salve. Non si preoccupi, nemmeno io conosco il francese. Il nome deriva da un vecchio antenato».

Il nuovo arrivato cercò di accompagnare quelle parole con il suo sorriso migliore per essere cortese, ma notò una lieve inflessione sul sopracciglio destro del suo interlocutore. Aprì la porta e scese dalla macchina.

«C’è forse una manifestazione? Ho interrotto qualcosa?» chiese Alexandre guardando la folla riunita per strada. Fece scorrere ancora gli occhi su quelle persone, erano immobili, posizionate in una fila ordinata, silenziose. Si chiese se fossero statue o se stessero respirando. Poi due occhi catturarono i suoi, erano del colore del mare e per una frazione di secondo Alexandre credette di scoprire le onde infrangersi e il vento soffiare turbinoso in quello sguardo.

«Oh, non faccia il modesto signor Lerua! Siamo qui per conoscerla e darle il giusto benvenuto nella nostra città. Sono certo che saprà integrarsi presto e alla perfezione qui con noi».

Alexandre sorrise e non mancò di captare come il suo interlocutore avesse delicatamente scandito la parola “integrarsi”.

«Mi scusi, lei chi è?» domandò.

«Ma che sbadato! Mi chiamo Calimberg, sono il sindaco. A breve riceverà tutti i documenti per la residenza. E, mi dica, cosa la porta qui da noi?»

«Sono uno scrittore, ho visto le meravigliose scogliere su cui sorge la città e ho deciso di venire qui per un po’, sa… per scrivere e farmi ispirare».

A quelle parole il sindaco Calimberg ebbe quasi un mancamento. Aveva davanti uno scrittore? Un artista… insomma, un buono a nulla! Nella sua città. Uno che seguiva l’ispirazione e si lasciava trasportare… un potenziale pericolo per il suo quieto ordine. I due si scambiarono un breve cenno con la testa, Calimberg era rimasto troppo scioccato da quella rivelazione e adesso sapeva che i suoi presentimenti per le novità erano fondati: non portavano mai niente di buono! Ma ormai quel Lerua era lì e non poteva certo mandarlo via. Fece un movimento sbrigativo con le mani per far intendere ai cittadini di rompere le file e tornare ai loro affari. La festa era finita e lui si sentiva un brivido lungo la schiena. Alzò gli occhi al cielo e cercò di convincersi che la prima impressione non conta. Ma era proprio uno scrittore?

Alexandre, stupito da tutto quello strano teatrino, risalì in macchina e seguendo le indicazioni del gps proseguì per raggiungere la sua nuova casa, avanzando tra la gente che aveva iniziato a liberare la strada. D’un tratto però rallentò fino quasi a fermarsi e con lo sguardo incrociò ancora quegli occhi profondi come il mare.

«Abby, andiamo, dobbiamo riaprire lo studio» il vecchio dentista richiamò la sua segretaria, che accennò un lieve sorriso e distolse lo sguardo dal nuovo arrivato.

Alexandre sentì quel nome, che iniziò vorticosamente a invadergli la mente. Osservò Abby finché non la vide scomparire dietro l’angolo. Poi volse gli occhi alla strada, la voce elettronica del gps gli indicava di svoltare a destra. Adesso doveva pensare a sistemarsi nella nuova casa, ma più tardi avrebbe cercato di riconoscere quello sguardo intenso in cui aveva visto soffiare il vento.

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Ogni eventuale riferimento a nomi di persona, luoghi, avvenimenti, fatti storici, siano essi realmente esistiti o esistenti, è da considerarsi puramente casuale.

Photo by Ithalu Dominguez.

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