Uno sguardo in cui soffia il vento – seconda parte

Il cottage era carino. Era stato fortunato a trovarlo, non c’erano altre case nella zona disponibili per affitti temporanei. Alexandre aprì le valigie e tirò fuori giusto il necessario. Sistemò lo spazzolino in bagno e il pigiama sul bordo del letto; del resto se ne sarebbe occupato nei giorni seguenti. Fece un passo indietro e osservò la camera dalla soglia della porta: era piccola, nonostante la totalità del colore bianco su ogni cosa e uno specchietto rachitico appeso all’antina dell’armadio per far sembrare tutto più grande, quella camera era davvero piccola. Sorrise tra sé, fece spallucce e continuò a perlustrare le altre stanze. C’era silenzio e profumo di legno e salsedine. Sotto i suoi passi il pavimento scricchiolava dolcemente. Alexandre si muoveva lento, il respiro era calmo, la vista aperta a ciò che gli altri non vedono. Il sindaco Calimberg aveva avuto ragione nel ritenerlo un artista perché Alexandre, aggirandosi per quelle piccole stanze, andava a caccia dell’ispirazione. Non per qualcosa in particolare, ma semplicemente per lasciarsi ammaliare da quell’inebriante sensazione di aver scovato qualcosa di speciale, bello, unico, seppur infinitamente minuscolo, da far esplodere nel cuore degli artisti la passione per la vita. E nel salotto trovò ciò che stava cercando: la luce.

Il tramonto stava lasciando lunghe pennellate rosa nel cielo azzurro e un piccolo raggio di luce si era ribellato andando a sbattere proprio sul muro del salotto. Alexandre lo aveva visto. E aveva visto anche l’intensità di quel fascio luminoso ancora vivo, carico di oro ed energia, restio ad affievolirsi. Lo osservò curioso, mentre un fiume di parole iniziò a occupargli la mente; più tardi avrebbe scritto qualcosa su quel raggio di luce. Inspirò profondamente e fu grato di quella improvvisa ispirazione. Aveva lasciato tutto ed era andato lì per alimentare la sua scrittura, la sua arte, il suo mondo; quel raggio di sole gli diede la certezza di aver fatto la scelta giusta. Continuò ad aggirarsi per la casa, poi entrò in cucina.

La porta era accostata, appoggiò la mano al pomello e con una leggera pressione l’aprì. Il fiato gli morì in gola, mentre i suoi occhi si riempivano di bellezza: dalla finestra della cucina poteva vedere il mare. Improvvisamente però ebbe una fitta al cuore e uno sguardo profondo, fatto di onde e vento, gli annebbiò la mente. Corse a prendere il giacchetto, afferrò le chiavi di casa e uscì sbattendosi dietro la porta. Doveva cercarla, doveva conoscere quella ragazza.

Abby chiuse a chiave la porta dello studio e tirò un sospiro di sollievo: finalmente la giornata era finita. Da quando era rientrata a lavoro quel pomeriggio non aveva avuto pace. Continuava a rivedere nella sua mente quegli occhi che la fissavano. Per fortuna nessuno poteva leggerle i pensieri e il dottor Sullivan era stato troppo impegnato con gli appuntamenti per accorgersi della sua espressione sognante. Girò ancora la chiave nella toppa per accertarsi che fosse chiusa bene, poi voltò i tacchi e si diresse verso casa. Alzò lo sguardo al cielo, il tramonto si preannunciava un vero spettacolo; improvvisamente si arrestò, si morse un labbro e guardò davanti a sé. «Ma sì» si disse e, invece che proseguire a dritto, imboccò la strada a sinistra per la scogliera; visto da lì il tramonto sarebbe stato ancora più bello. Non fece però in tempo a fare il terzo passo che si sentì chiamare.

«Abby! Ma che fai? Non vai a casa?»

Voltandosi verso quella voce, sorridendo, rispose: «Papà, ciao, cosa ci fai qui? Hai già finito in ufficio?»

«Qui le domande le faccio io» continuò il signor Calimberg squadrandola nel tentativo di capire i suoi pensieri mentre la raggiungeva.

«Oh, andiamo, smettila di guardarmi così. Sto solo andando alla scogliera a osservare il tramonto» spiegò lei, aveva già capito le intenzioni del padre.

Il sindaco serrò gli occhi riducendoli a due minuscole fessure sovrastate dalle sue guance paffute.

«C’entra il nuovo cittadino, vero? Quello scrittore…» disse il signor Calimberg con stizza. «Non mi dirai che hai un interesse per lui! Non può essere! È un artista, un buono a nulla, un fannullone, uno senza regole né ordine; un confusionario, un sognatore senza sostanza…»

Mentre il padre vomitava parole senza senso in uno sfogo senza fine, Abby sgranò gli occhi e si chiese quali congetture quella mente contorta doveva aver eretto nel pomeriggio. Stava offendendo una persona che neanche conosceva, della quale probabilmente non ricordava nemmeno il nome. Negli ultimi anni, aveva permesso a suo padre di assumere il controllo di ogni aspetto della sua vita, lasciando correre il suo atteggiamento protettivo e ossessivo; facendo finta di non vedere il vuoto che aveva dentro di sé e che cercava invece di colmare con l’illusione di proteggere Belmon, da tutto e da tutti, con il suo zelo e l’impegno profuso nel suo ruolo pubblico. Ma adesso era troppo. Abby improvvisamente si sentì stanca di tutte quelle accuse, delle mille domande e degli inutili rimproveri.

«Basta» gli disse dolcemente, interrompendo le sue imprecazioni.

Il sindaco Calimberg rimase attonito a quelle parole. E il suo viso divenne paonazzo di rabbia nel vedere la figlia che, dandogli le spalle, si stava allontanando verso la scogliera. La stava perdendo, lo sapeva bene. Ma era in grado di accettarlo?

«Dove credi di andare signorina!» urlò, rivolgendosi a lei come se fosse un’adolescente e non una donna adulta.

Abby, senza voltarsi, fece un cenno di saluto con la mano. «Alla scogliera» gli rispose, ma ormai era già lontana e le sue parole arrivarono lievi alle orecchie del sindaco.

Calimberg strinse i pugni e batté un piede a terra rendendosi conto della sua totale impotenza. La signora William, che stava passando di lì, lo guardò stupefatta e lui, accortosi della situazione, cercò di ricomporsi. Le sorrise e la salutò cordialmente prima di andarsene.

Abby percorse tutta la stradina che portava alla scogliera e a ogni passo sentiva il cuore diventare più leggero. Aveva finalmente detto “basta” e lo aveva fatto con determinazione. Un sorriso le spuntò sulle labbra. Quel tramonto sarebbe stato il più bello della sua vita.

Il sole aveva ormai lasciato il posto a una luna piena e luminosa che imperava nel buio della notte. Alexandre rientrò a casa con la fronte corrugata. Aveva girato per tutta Belmon, in lungo e in largo, ma senza successo. Quello sguardo non era emerso da nessuna parte. Aveva incrociato solo gli occhi curiosi e indagatori di alcuni cittadini che si aggiravano per le strade. Eppure doveva trovarla, sapeva già che quel nome, Abby, non gli avrebbe dato tregua. Continuava a sentirlo nella sua mente, mentre onde accarezzate dal vento si muovevano in quegli occhi blu. Sospirò e si trascinò verso la cucina con in mano il sacchetto della spesa, si era comprato giusto qualcosa per cena. Guardò il suo portatile, ma non aveva voglia di scrivere. Lo lasciò comunque sul tavolo e decise di prepararsi da mangiare. Iniziò a lavare le verdure e si compiacque per quella finestra, proprio sopra il lavandino, che gli permetteva di osservare un panorama spettacolare.

Improvvisamente qualcosa là fuori attirò la sua attenzione, con le mani sotto il getto dell’acqua intente a strofinare un pomodoro, si avvicinò al vetro della finestra fino a toccarlo con il naso. Non poteva esserne certo, ma i raggi della luna lasciavano intravedere una figura che si aggirava lungo la scogliera. Chiuse l’acqua e si precipitò fuori, senza nemmeno spegnere la luce né chiudere a chiave la porta.

Abby inspirava profondamente il profumo del mare e ascoltava le onde infrangersi contro le rocce, mentre le stelle piano piano comparivano sempre più numerose ai suoi occhi. Si sentiva tranquilla e leggera, si sentiva libera di esistere.

«Ehi!» improvvisamente una voce squarciò il rumore del mare. Abby si voltò in quella direzione, sorpresa e spaventata al tempo stesso: una figura le stava venendo in contro correndo e sembrava avere una gran fretta. Era forse successo qualcosa a suo padre? Intimorita fece qualche passo verso la persona misteriosa. Più si avvicinava, più poteva vederne i lineamenti e presto si rese conto che la figura diretta verso di lei era il nuovo cittadino, Alexandre.

Lo scrittore la raggiunse e, ansimante per lo sforzo, si fermò davanti a lei. Uscendo di casa non era certo che si trattasse di quella ragazza, ma avvicinandosi ne aveva riconosciuto i tratti e aveva accelerato la corsa.

«È successo qualcosa?» domandò Abby per togliersi ogni dubbio. Perché quell’uomo avrebbe dovuto raggiungerla di corsa a quell’ora?

Alexandre riprese fiato e fece cenno di no con la testa. Poi la guardò negli occhi e ritrovò le onde mosse dal vento, spumeggianti e chiassose, di un mare profondo, infinito, ma anche milioni di stelle e di lune. In quell’istante una leggera scossa attraversò le loro schiene e unì le loro anime inconsapevoli.

Il silenzio si fece assoluto, perfino la voce del mare sparì. E come mossi da un incantesimo, si avvicinarono ancora, ancora… finché le loro labbra non divennero un unico bacio.

Clicca qui per leggere la prima parte della storia!

Ogni eventuale riferimento a nomi di persona, luoghi, avvenimenti, fatti storici, siano essi realmente esistiti o esistenti, è da considerarsi puramente casuale.

Photo by Ithalu Dominguez.

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